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Christoph Willibald Gluck

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di Laura Savani

Ascesa  

ritratto di Gluck“Gluck è meravigliosamente impetuoso, ma anche matto", ebbe a dire Metastasio, con una circospetta ammirazione paragonabile a quella che una cinquantina d'anni più tardi Goethe avrebbe manifestato per Beethoven.

Ma Christoph Willibald Gluck, invece, più che pazzo era probabilmente furbo. Riuscì infatti ad essere l'unico straniero, accanto al librettista Calzabigi, al coreografo Angiolini, allo scenografo Quaglio, tra i collaboratori del conte Giacomo Durazzo, intendente dei teatri imperiali a Vienna, il quale lo nominò prima “arrangiatore musicale” degli spettacoli regi e poi, nel 1756, maestro di cappella dell'Opera Reale.

Nato il 2 luglio 1714 a Erasbach, nell'Alto Palatinato, ma cresciuto in Boemia, dove il padre era guardia forestale dei principi Lobkowitz, era stato loro “musico da camera” dopo aver studiato all'Università di Praga.

Entrato nelle simpatie dei principi Melzi, che nel 1737 lo avevano condotto con sé in Italia, vi era stato allievo del Sammartini e vi aveva debuttato come operista tra il 1741 e il 1744 con una decina di lavori in puro stile italiano. Poi, tra il 1745 e il 1746, era stato a Londra, dove aveva incontrato Haendel, e tra il 1747 e il 1749 aveva girato l'Europa con le compagnie degli impresari italiani Mingotti, per poi stabilirsi a Vienna, dove aveva sposato una ricca vedova.

Il periodo francese

Dopo aver presentato a Vienna, a Praga, Napoli e Roma una serie di lavori teatrali di vario genere, tra i quali diverse opere su libretto di Metastasio, il 5 ottobre 1762, al viennese Burgtheater, in occasione del compleanno dell'Imperatore Francesco I, iniziò con “Orfeo ed Euridice ” quella che sarebbe stata chiamata “riforma gluckiana”, il cui teorico fu però piuttosto il suo librettista, il livornese Ranieri de' Calzabigi (1714-1795), un po' letterato, un po' avventuriero, “grande calcolatore, abile nelle operazioni finanziarie, bel esprit, poeta e gran donnaiolo”, come lo definì Casanova, che era stato suo socio nell'organizzare una lotteria a Parigi con la protezione di Madame de Pompadour.

A Parigi, tra il 1774 e il 1779, scontrandosi vittoriosamente con i sostenitori dell'opera italiana, che gli contrapposero il barese Piccinni, Gluck, protetto dalla sua ex-allieva Maria Antonietta, andata sposa al Delfino, proseguì con altri lavori, tra i quali “Ifigenia in Aulide”, “Ifigenia in Tauride ” e una versione francese dell'Orfeo, ad applicare i criteri della riforma. Essi prevedevano la funzionalità dell'ouverture nei confronti dell'atmosfera del dramma, la precisa definizione della parte vocale, sottratta agli arbitrii dei cantanti, la riduzione di recitativo e aria a un'unica dimensione musicale, il reinserimento del coro come personaggio, l'utilizzazione dell'orchestra non solo come accompagnamento del canto ma anche con un intento espressivo e narrativo.

Tornato a Vienna nel 1780, colpito da diversi attacchi apoplettici, Gluck rimase poi inattivo fino alla morte avvenuta il 15 novembre 1787.

 

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