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Pierluigi Sante da Palestrina (1525-1594)

di Irene Marone

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Missa Papae Marcelli (1555)

 

Si può a ben ragione dire che questa messa abbia salvato la polifonia sacra dalla severa censura che il Concilio di Trento voleva applicare a forme musicali troppo complesse e leziose, in favore del ritorno all’essenzialità del canto gregoriano. Le tecniche compositive si erano spinte in sviluppi contrappuntistici molto arditi che spesso compromettevano la comprensione del testo, ma Palestrina seppe dimostrare che la polifonia e la complessità armonica, ben bilanciata e proporzionata tra le varie voci, poteva comunque essere un veicolo chiaro e fruibile del messaggio cristiano. A questo scopo, il 28 aprile 1656 i cantori della Cappella Pontificia furono convocati in casa del Card.Vitelli ed eseguirono alcune messe davanti ad un’apposita commissione costituita per verificare la comprensibilità del testo delle stesse: tra i brani c’era la Missa Papae Marcelli, unanimemente decretata come la più equilibrata ed indicata ad incarnare e diffondere il messaggio controriformistico. In seguito a questo successo Palestrina, che era stato allontanato dal Vaticano qualche anno prima in base a provvedimenti restrittivi, conquistò l’ambito incarico di Mestro della Cappella Pontificia, come testimonia un pagamento in suo favore annotato nei registri della cappella stessa e datato 6 giugno 1565.

Nel 1555 saliva al soglio pontificio il card. Marcello Cervini, col nome di papa Marcello II. In occasione della sua investitura, il giorno del venerdì santo, i cantori della Cappella Pontificia, tra cui Palestrina, fecero sfoggio di un repertorio complesso e di virtuosismi tecnici, scatenando lo sdegno del pontefice, il quale considerò irriverente e di cattivo gusto cantare in modo pomposo ed eccessivamente ornato il giorno della Passione di Cristo. Questo rimprovero colpì profondamente il giovane Pierluigi, che decise di scrivere una messa “secondo i dettami e lo stile suggerito da Papa Marcello”, come egli stesso ebbe a chiarire. Non si tratta quindi di un omaggio o di una dedica a Marcello II, che morì tra l’altro pochi giorni dopo, ma un’esemplificazione del più puro stile controriformista e conciliare. La messa fu pubblicata postuma, 13 anni dopo, nel secondo Libro delle Messe dedicato a Filippo II di Spagna, presso il quale Palestrina sperava di essere assunto dopo aver perso il suo incarico presso la sede pontificia.

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