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Gli automi, precursori degli androidi

di Laura Savani

Il termine "automa" è molto antico e sta ad indicare i meccanismi, in genere dotati di una sorgente di energia indipendente, che possono imitare il comportamento degli esseri viventi, però secondo un programma rigidamente determinato, ossia senza l'intervento di alcun potere di 'autodecisione'.

Tra gli automi più antichi si citano le statue animate del tempio di Dedalo e la "colomba volante" costruita da Archita di Taranto; nel medioevo sembra che Alberto Magno e Regiomontano (Johann Muller) abbiano costruito degli automi: tuttavia è difficile discernere tra realtà storica e leggenda. Gli automi di cui si hanno notizie più precise risalgono al XVIII secolo e nacquero come conseguenza dello sviluppo dell'orologeria.

Vaucanson, celebre inventore e meccanico francese che con i suoi "uomini artificiali" ispirò Mary Shelley per il suo romanzo "Frankenstein", costruì parecchi automi fra cui i più celebri furono il "Suonatore di flauto", capace di eseguire dodici motivi muovendo le labbra, la lingua e le dita, e "L'anitra": quest'ultima, molto simile all'animale vivo, compiva parecchi dei suoi movimenti, come starnazzare, nuotare, lisciarsi le penne; poteva inghiottire il mangime ed emettere un prodotto simile allo sterco (forse mollica di pane colorata che veniva immagazzinata nel suo interno).
Si trattò senza dubbio di un capolavoro di orologeria: pare che una sola delle sue ali contenesse 2.000 pezzi.

Fra gli altri automi celebri sono da ricordare le "Teste parlanti" dell'abate Mical; "L'androide scrittore" che Knass presentò a Vienna nel 1760; lo "Scrivano" dei fratelli Droz, svizzeri, che intingeva la penna prima di scrivere una frase predisposta.

Il Turco giocatore di scacchi

Forse l'automa più famoso di tutti fu il "Turco giocatore di scacchi" (così detto per la foggia del suo abbigliamento) che giocava con un avversario umano vincendo quasi sistematicamente. Costruito nel 1769 dal barone ungherese Wolfgang von Kempelen, consigliere aulico di meccanica alla corte di Maria Teresa d'Austria, e da lui esibito prima a Vienna e in seguito, dal 1783, in molte città europee.

Dopo la morte del costruttore fu acquistato dal bavarese Johann Nepomuk Maelzel, che continuò ad esibirlo in pubblico senza che nessuno mai riuscisse a svelarne compiutamente il segreto; l'unica cosa certa è che, nel periodo di Maelzel soprattutto, il Turco era quasi sempre guidato da fortissimi giocatori del tempo e ciò spiega la fama di invincibilità di cui godette. Nel 1854 finì distrutto in un incendio.

I carillon, automi musicali

Il termine 'carillon', dal latino 'quaternio' (gruppo di quattro) sta andicare una serie di campane accordate diatonicamente, collocate di solito in un campanile e fatte risonare per mezzo di un dispositivo meccanico collegato con una tastiera.

A partire dal XVI secolo i carillon trovarono un enorme successo e la manifattura si sviluppò particolarmente nei Paesi Bassi. Oltre che nelle torri campanarie, i carillon furono utilizzati anche nei parchi e introdotti nel mobilio delle case, creando una profonda passione da parte dei dilettanti e amatori. Nacquero in questo modo piccoli carillon sotto forma di cofanetti, orologi, tabacchiere, soprammobili ornati con figurine o piccole scene in smalto. Essi sfruttavano il sistema del cilindro fonotattico (un rullo di legno o di metallo sulla cui superficie sono infissi chiodi o denti che, ruotando agiscono sul meccanismo dello strumento). Il cilindro era azionato da una manovella, o comandato da dispositivi ad orologeria.

 

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