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La fedeltà nobiliare nella cultura feudale

di Stefano Torselli

Il rapporto feudale si incentra sul patto stretto tra il signore e il suo vassallo con cui vengono scambiate fedeltà con protezione, all'inizio il patto era tra le classi dominanti per cui il vassallo era un cavaliere ma con l'età moderna  il patto si sposta verso il villano che non è nobile e in questa nuova accezione che nel seicento il termine vassallo è usato. Nel sistema feudale imbastardito di XVI e XVII secolo, lo scambio tra fedeltà e protezione implica una disparità di status ma permangono il simbolismo cavalleresco e la retorica ad esso connessa.

L'importanza della fedeltà

In segno di sottomissione e reverenza il vassallo poneva le proprie mani giunte in quelle del signore e si dichiarava suo uomo ma nel periodo barocco l’omaggio assume le sembianze di un contratto, come quello sottoscritto dal duca du Rohan nel 1620: Noi, duca di Rohan, promettiamo alla Regina Madre sul nostro onore di servirla e difenderla al rischio della nostra vita [...] in qualunque cosa Ella giudichi opportuna a garantire il Re e il suo stato dalla rovina che li minaccia, impegnandoci da questo momento a non lasciare mai il servizio di Sua Maestà, ma a seguire i suoi desideri in tutte le cose; Sua Maestà avendoci anche promesso sulla parola di una Regina di garantirci dal male che qualcuno volesse farci.

Nel 1658 il  capitano Deslandes  giurà così la sua fdeltà al ministro delle finanze Fouquet, pubblicato da Marc Bloch in La società feudale: Io prometto e do la mia fede al signor Procuratore Generale [...J di non appartenere mai ad altri che a lui, al quale mi do e mi lego con il supremo vincolo che posso avere; e gli prometto di servirlo generalmente contro chicchessia senza eccezione e di non obbedire ad altri che a lui, nonché di non avere nessun rapporto con coloro che mi proibirà [...J. Gli prometto di sacrificare la mia vita contro tutti coloro che gli piacerà [...] senza eccettuarne al mondo uno solo.

La fedeltà non significa semplicemente obbedire alle richieste del superiore ma  di interiorizzare l'obbedienza il che comporta che debba essere libera e spontanea e cioè un atto che vuole essere liberalità, atto gratuito e non risposta ad un ordine. Di conseguenza il patto è una relazione specifica tra la signoria e ognuno dei suoi vassalli. Di conseguenza essendo un atto tra pari ci devono essere delle distinzioni tra nobili e  non nobili in primis con l'esenzione dal pagamento delle imposte. Rifiutandosi di essere sottoposti alla tassazione ordinaria, e accettando invece donativi e contribuzioni straordinarie, i vassalli nobili ribadiscono che i loro contributi sono gesti di liberalità, doni, aiuti, che essi concedono proprio perché non vi sono costretti.
 
Stringendo il patto i vassalli sono ad esser fedeli in tutto ciò che è giusto e sancito dall’uso e finché egli rimarrà all’altezza del proprio ruolo garantendo loro pace, protezione, giustizia. Ma se il signore venisse meno ai suoi doveri, rompendo il patto stretto con i suoi vassalli il patto è sciolto.

Nel corso della guerra dei Trent’anni, per esempio, in Brandeburgo, di fronte all’incapacità dei signori di proteggerli dai saccheggi e dalle devastazioni, i contadini si rifiutarono di continuare a lavorare per loro, abbandonando i villaggi per cercarsi altri protettori, o addirittura per armarsi essi stessi «illegalmente» e trattare con i soldati saccheggiatori in modo da dividere il bottino (Hagen, 1989).

fonte scientifica e per approfondimenti:La Feudalità in età moderna di Renata Ago, Laterza 1994

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