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barocco e rococò, arte cultura e storia tra seicento e settecento

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20 Ago2009

Conservazione ed evoluzione nella società settecentesca

Scritto da Stefano Torselli. Pubblicato in uomo e società

I vecchi raggruppamenti quali la parrocchia, la corporazione o il feudo avevano poco peso nelle grandi città che si andavano sviluppando.

La struttura sociale conservatrice e passatista che dominava ancora l’Europa occidentale e centrale nella prima metà del diciottesimo secolo si andò notevolmente indebolendo nei decenni seguenti. Nel 1791 gli intellettuali di quasi tutte le nazioni erano pronti a salutare con entusiasmo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, supremo rifiuto della società intesa come semplice rete di comunità, interessi e tradizioni. Durante il diciottesimo secolo i privilegi delle corporazioni, dei comuni, delle assemblee provinciali, delle corti signorili e una falange di altri residui del passato sembravano opporsi in misura crescente agli interessi della comunità considerata nel suo complesso.

Il viale a Meerdervoort

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25 Dic2009

Il predicatore nel periodo barocco

Scritto da Laura Savani. Pubblicato in uomo e società

BossuetChi può ripensare al seicento senza rivedere in fantasia la figura del predicatore, nerovestito come un gesuita, o biancovestito come un domenicano o col rozzo saio cappuccino, gesticolante in una chiesa barocca, innanzi a un uditorio dai fastosi abbigliamenti?

Questa felice rievocazione di Benedetto Croce mette in luce la figura del predicatore nell’età barocca. La predicazione non era di per se un’esclusiva del Barocco; da quasi duemila anni era il mezzo più efficace per diffondere il Vangelo, ma dopo la grande crisi religiosa del cinquecento e le guerre di religione, la predicazione assunse un valore strumentale.

La predicazione barocca era gesticolante, ampollosa e ad effetto, questo perché non si voleva che l’oratoria sacra si riducesse a pura dialettica ma doveva avere la doppia funzione di stimolare la volontà e compiacere il sentimento.

A questo scopo la Riforma cattolica fece un uso intensivo dell’arte del suo tempo: l’esuberanza decorativa, la tendenza all’iperbole; il tutto per suscitare sentimenti di fervore e di meraviglia nel contemplare le cose celesti. Per le funzioni solenni, le prediche della Quaresima, occorrevano spazi vasti, capaci di accogliere folle numerose o almeno la totalità dei fedeli del luogo. La ricerca di effetti visivi e drammatici sfociò come modo di far appello alla sensibilità elementare del pubblico.

I temi più tipici del repertorio barocco erano rivolti a far intravedere delle realtà ottimistiche, come la felicità e la gloria dell’aldilà. Nelle prediche si preferiva percorrere il cammino verso il paradiso associando al pensiero della beatitudine celeste quello dell’inferno. Nei sermoni non mancavano elementi puramente spettacolari: “verso la fine della predica spesso si calcava in testa (il predicatore) una corona di spine e sulle spalle nude con una disciplina di ferro cominciava a pestarsi la carne. Non contento, con un sughero rotondo incassato in una scatola di latta, armato di spille e di aghi, si batteva forte il petto, facendosi uscire il sangue in gran copia davanti a tutto un popolo che piangeva e implorava misericordia…

gli effetti erano strepitosi: confessioni generali, conversioni innumerevoli, paci tra famiglie e famiglie, tra paesi e paesi, bando al gioco e alle canzoni oscene.

Il predicatore doveva padroneggiare il latino, il greco, l’ebraico e l’italiano. Ma soprattutto era necessario conoscere la dottrina. L’ascendente sociale del predicatore derivava in gran parte dalla sua effettiva capacità di rimproverare gli ascoltatori e di richiamarli all’adempimento dei loro doveri: compito particolarmente delicato quando si trattava di principi e di notabili.

Spesso un professionista scriveva le sue prediche in anticipo. Pur senza aggiungere niente di nuovo alla teoria del gesto e della dizione, il predicatore barocco valorizzava molto queste risorse per arrivare alla persuasione. Montava sul pulpito mentre la folla era in attesa , esponeva alcuni concetti dottrinali, riscaldava psicologicamente l’ambiente aiutandosi con il crescendo della voce, con descrizioni, paragoni e allegorie e pefino con qualche espediente teatrale per ottenere il risultato voluto. Era abbastanza usuale leggere all’uditorio una lettera giunta dal cielo o dall’inferno; ma ancora più diffusa era l’abitudine di dialogare con un teschio o con un crocifisso.

In caso di necessità, la religiosità barocca considerava adatto all’oratoria sacra qualsiasi luogo (per strada, ai piedi del patibolo) essa era presente in quasi tutte le situazioni della vita collettiva.

I santi nel periodo barocco

15 Ott2009

La nobiltà

Scritto da Stefano Torselli. Pubblicato in uomo e società

L’uso dei termini  nobiltà  o  classe dei proprietari terrieri  non va tuttavia inteso come implicante l’esistenza di un gruppo sociale omogeneo. C’erano enormi differenze tra le «nobiltà » dei vari paesi. I nobili proprietari di Polonia e Ungheria che esigevano, direttamente o attraverso ufficiali del castello, prestazioni non retribuite dai contadini non rassomigliavano agli aristocratici dell’Inghilterra o della Svezia, le cui terre venivano per la maggior parte date a affittuari sui quali avevano, relativamente, scarso controllo. La nobiltà di Russia e Prussia che era al servizio dello stato aveva poche cose in comune con gli aristocratici di Spagna e d’Italia che finirono col non avere più una funzione.

La famiglia del duca di Pentievre

In Francia la noblesse verso la fine di questo periodo contava circa 250.000 membri, c’erano probabilmente appena 4.000 famiglie nobili che partecipavano alla vita della corte, o un accesso diretto al sovrano. Tra un grande nobile che era in grado di ottenere, per sé o per i suoi protetti, le cariche, gli onori e le pensioni che solo l’influenza della corte poteva assicurare, e il povero nobilotto di provincia, lo hobereau, costretto a vivere e lavorare in condizioni non molto migliori di quelle dei contadini, c’era un vero e proprio abisso. Solo in un senso esclusivamente giuridico si poteva dire che appartenevano alla stessa classe sociale. Anche la misura del l’influenza che la nobiltà francese poteva esercitare sugli organi rappresentativi provinciali, gli « stati », nelle regioni in cui esiste vano, variava enormemente da una provincia all’altra, In Bretagna forse 3.000 gentilshommes avevano il diritto di partecipare alle assemblee degli stati, e di norma vi facevano atto di presenza di verse centinaia di nobili (molti dei quali poverissimi). In Lin guadoca invece, solo ventitré aristocratici, quasi tutti molto più ricchi dei gentiluomini bretoni, erano membri degli stati.

In Spagna, dove nel censimento del 1787 mezzo milione di persone si pretendeva appartenente alla nobiltà, la differenza tra i poveri hidalgos che ne formavano la gran maggioranza e l’esiguo gruppo di grandi proprietari terrieri all’apice della piramide sociale, come i duchi di Infantado e Medina-Sidonia, era enorme. Parecchi nobili si distinguevano dai contadini solo per il fatto di essere autorizzati a indossare un tipo particolare di abito e di avere diritto a un seggio speciale in chiesa. Perfino in uno stato piccolo come Venezia si osservano delle distinzioni, di tipo diverso, tra le antiche famiglie nobili ridotte in miseria (Barnabotti) e i nuovi ricchi che avevano acquisito nobiltà dopo essere stati iscritti sui Libro d’Oro. Solo in poche regioni in cui l’aristocrazia era limitata di numero e relativamente omogenea, come in Svezia e in Lombardia, si potevano evitare i violenti contrasti di questo tipo.

Il potere nobiliare La fedeltà nobiliare nella cultura feudale

16 Lug2009

L'infanzia nel periodo barocco

Scritto da Laura Savani. Pubblicato in uomo e società

lavandaia chardinLa situazione dell'infanzia, specchio inesauribile del livello civile e sociale di un paese, era drammatica: nelle case popolari gelide e ammuffite, razziate da topi grossi come gatti, lo svezzamento di un lattante avveniva spartanamente. I piccoli passavano di colpo ai cibi solidi, con gravissime conseguenze per il loro tenero apparato digerente.

Le madri che dormivano con loro spesso li schiacciavano soffocandoli; le fasciature troppo strette li stritolavano; le febbri li consumavano. Agghiacciante come gli scarni diari dei funzionari amministrativi elencassero, in lugubre sequenza, i nomi dei numerosi neonati morti a distanza di uno o due giorni.

La perdita di un bambino non causava grosse tragedie: la loro presenza era tanto effimera che la morte era considerata una calamità quasi inevitabile. Anzi, siccome i neonati accolti nei pii istituti dovevano essere allattati per un anno dalle madri, e queste per di più dovevano sorbirsi l'ulteriore seccatura di allattare anche altri bambini privi di nutrice, aumentava considerevolmente il numero degli infanticidi. Miserabile soluzione di una miserabile esistenza.

Superati gli otto anni, i rischi si riducevano e i bambini si inserivano direttamente nel mondo degli adulti: non esistevano spazi specifici per loro, frequentavano gli stessi ambienti di lavoro e di svago.

Mentre fino ai quattro anni maschi e femmine venivano infagottati nello stesso modo, grembiulini di telaccia se poveri, di velluto e damasco se ricchi, dai cinque in su vestivano esattamente come i genitori: comiche riproduzioni in scala ridotta di dame e cavalieri e, scendendo in basso, di ciabattini, sguattere e muratori.

I figli dei ricchi frequentavano dall'età della ragione istituti esclusivi come il Collegio dei Nobili e quello delle Orsoline. Nelle famiglie patrizie l'apprendimento della lettura avveniva in casa, verso i quattro, cinque anni, sui libri di galateo, che servivano appunto, nel medesimo tempo, ad imparare a leggere e per apprendere le buone maniere. In questi manuali, gli autori insistevano sui doveri dei genitori quanto alla scelta dei collegi, alla sorveglianza negli studi, alla ripetizione delle lezioni. I giovani rampolli imparavano la filosofia, la fisica, l'aritmetica e la geometria, la storia e la geografia, le lingue morte e quelle vive, e le arti d'ornamento, danza, musica, sport.

I figli più piccoli di Maria Teresa d'Austria nell'ora dedicata allo studio

 I coetanei diseredati, se venivano accolti in ospizio, venivano presto messi al lavoro e in qualche ora della giornata venivano istruiti, ma solo in funzione del mestiere che avrebbero svolto: barbieri, sarti, calzolai, ferrai, ramai.A undici anni lavoravano sedici ore al giorno, le bambine venivano collocate prestissimo come serve. Per lorouna rudimentale istruzione era collegata alla scuola di religione che tutte le domeniche li raccoglieva, ripuliva e strigliava, e propinava loro, insieme ai principi del buon cristiano, anche gli elementi fondamentali della scrittura e della contabilità. I maschi che rivelavano particolari doti venivano messi in seminario.

Le materie di insegnamento dipendevano strettamente dalle risorse personali degli istitutori e dai quattrini dei genitori: imparare a leggere costava meno che imparare a scrivere e a fare i conti. Su un migliaio di alunni potenziali, solo trecento andavano a scuola solo trenta erano femmine.

Le stanzette scolastiche erano tetre, i bambini spauriti: se leggevano male uno schiaffo, se si distraevano una bacchettata, se facevano baccano una frustata. Neanche l'ombra di un Benjamin Spock che scatenerà complessi di colpa nelle genitrici dell'ultimo scorcio del XX secolo.

C'era poi un'altra schiera di infelici maschietti: quella destinata ai cori delle voci bianche. Entrare in una scuola di musica era considerato in famiglia un traguardo sociale, ma comportava una barbara menomazione (la stessa dei capponi da ingrasso). Ci voleva il consenso dei genitori i quali erano ben lieti di concederlo, indifferenti a drammi così trascurabili.

Diffusa, nelle famiglie patrizie, la pratica di far monacare i figli cadetti e in particolar modo le femmine. Era questo il diritto di maggiorascato secondo cui l'intera eredità toccava al primogenito, continuatore del nome.

Con la pubblicazione dell'Emile ou de l'éducation, romanzo di Rousseau del 1762 molto cambiò circa i metodi pedagogici. L'opera fu apprezzata per la vigorosa affermazione della personalità che deve liberamente espandersi, e spontaneamente maturare al contatto con le cose. Le novità contenute nel libro furono accolte con entusiasmo a volte eccessivo dai contemporanei che volevano applicarne il programma di studio alla lettera, nonostante le raccomandazioni, in contrario dello stesso Rousseau.

Giochi e giocattoli

I giocattoli, sia costituiti da riproduzioni in scala ridotta e più o meno accurate di oggetti reali o di esseri viventi, sia da oggetti escogitati semplicemente in funzione del gioco, sono di origine assai antica.

Ma come giocavano i bambini nel Seicento e nel Settecento? 

Certi giochi e giocattoli in voga nel XVII secolo, come la palla, le piastrelle, i dadi, le biglie, erano noti fin dall'antichità. I bambini giocavano al volano, al cerchio, all'aquilone, allo yo-yo, alla trottola.

Bambini giocano - stampa del 1774

Diffusi i giochi detti di società come lo sciarade e proverbi muti, il passa l'anello, le ombre cinesi e la pentolaccia, moscacieca e nascondino.

Innumerevoli erano i giochi effettuati con la palla (gioco antichissimo, per la prima volta menzionato espressamente da Omero nell'Odissea nell'episodio di Nausicaa).

La palla, o sfera, era fatta con pelli animali disseccate e riempite di lana o piume e, anche, ma in modo assai rudimentale, d'aria. Galeno raccomandava nei suoi trattati di medicina il frequente esercizio con questo gioco per l'igiene e l'armonia del corpo.

Tra i tanti giochi con la palla in voga in epoca barocca si ricordano la “palla avvelenata”, la “palla in circolo”, la “palla prigioniera”, “la palla vipera”; la pallamaglio e la pallamano, sport che richiedono agilità e destrezza, erano praticati da piccoli e grandi.

Con slitte speciali, durante i mesi invernali, i bambini si procuravano in anticipo sui tempi i brividi delle montagne russe.

Il gioco della campana, ancora oggi molto noto, era uno dei passatempi preferiti tra i bambini di ogni ceto.

Vi erano anche passatempi educativi: il gioco delle favole, per imparare la mitologia; il gioco della storia e della geografia con grandi cartelli variopinti, illustrati con ogni specie di animali e paesaggi esotici.


bambina con bambola liotardPer le bambine c'era ovviamente la bambola, di pezza, di legno, di cera e terracotta.

Le bambole principesche, coi loro costumi stupendi, davano l'impressione di manichini abbigliati piuttosto che di giocattoli. A partire dal XVII secolo apparvero bambole vestite all'ultima moda, che servivano sia da giocattolo per le bambine sia da manichino pubblicitario per le sarte e le modiste: nei salotti delle preziose venivano agghindate di tutto punto due bambole, la Grande e la Piccola Pandora , che diffusero nell'intera Europa il verbo della moda parigina.

Fin dal XV secolo si conoscevano serie complete di riproduzioni in miniatura di oggetti domestici, analoghe a quelle che nei secoli successivi serviranno alla realizzazione di modelli di interni di abitazione, le cosiddette “case di bambola”, particolarmente diffuse nei paesi anglosassoni.

I giocattoli preferiti dai maschi, in tutti i tempi attirati dalle armi, erano le spade, i tamburi e i soldatini. Già nel medioevo erano particolarmente apprezzati i giocattoli ispirati alla vita militare. Iniziarono così a comparire i primi soldatini di piombo, che furono introdotti relativamente presto su scala industriale (a Norimberga a partire dal XVIII secolo), e i primi bastoni con la testa di cavallo. Sappiamo che il piccolo Luigi XIV giocava alla guerra attorno ad un forte in miniatura per acquisire nozioni di strategia.

Nel Seicento comparve il “cavallo a dondolo”; nel Settecento si affermarono i primi giocattoli scientifici, come la lanterna magica e il diavoletto di Cartesio.

Antichissimo l'aquilone, o cervo volante, utilizzato come passatempo anche dagli adulti: Benjamin Franklin nel 1742 lo impiegò per i suoi studi sull'elettricità atmosferica.

Amatissimo il gioco del Volano simile al badminton consistente nel lanciarsi vicendevolmente, con una racchetta o un tamburello, una mezza sfera di sughero (volante o volano) con infisse alcune penne, evitando di farle toccare terra.

Infine, come passatempo prediletto dai bimbi di ogni ceto, non mancava quello delle bolle di sapone come testimoniano molti dipinti dei secoli XVII e XVIII.

Con lo sviluppo delle scienze pedagogiche anche i giocattoli subirono un'evoluzione: si diffusero così giochi più istruttivi come cubi e altri solidi geometrici, incastri, costruzioni più o meno complesse, serie di arnesi per lavori in legno e simili e attrezzature per compiere esperienze di chimica e fisica.

 La nutrice

16 Lug2009

La struttura della società settecentesca

Scritto da Stefano Torselli. Pubblicato in uomo e società

L’ancien régime conserva la struttura sociale feudale, che rimane differenziata nelle numerose regioni tanto da render difficile una classificazione. Il concetto di stato e nazione era quasi ignorato dagli abitanti dell’Europa occidentale che erano invece legati a piccoli raggruppamenti sociali: parrocchie, feudi, corporazioni e municipalità.

Ancien regime

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12 Mag2009

I proprietari terrieri

Scritto da Stefano Torselli. Pubblicato in uomo e società

La struttura, la consistenza e l’influenza della classe dei proprietari terrieri variavano nelle diverse parti d’Europa. La classe nobile godeva di importanti privilegi, ad eccezione che in Inghilterra e nelle Province Unite. In molti stati c’erano barriere legali all’acquisizione di « terra nobile » da parte dei borghesi. Nelle regioni orientali e centrali del continente la superiorità giuridica dei proprietari terrieri era forte. In Polonia essi conservarono fino al 1768 poteri di vita e di morte sui servi, e in Ungheria riuscirono, nel 1731, a affermare il diritto di non pagare affatto tasse.

campagna bolognese

Nella maggior parte dei paesi europei l’aristocrazia era nata come classe di cavalieri con importanti funzioni militari; e nel diciottesimo secolo le tradizioni e le ambizioni militari occupavano ancora un posto importante nelle vedute di molti suoi membri. Nel diciottesimo secolo nessun esercito europeo poteva permettersi di basare la propria organizzazione esclusivamente su una classe o di escludere completamente i non nobili dalle file degli ufficiali. Questo creò in molti stati un implicito conflitto tra efficienza militare e quello che molti membri della classe privilegiata, in special modo quelli più poveri, consideravano un proprio diritto al monopolio dei brevetti d’ufficiale.

In Francia un editto del 1750 conferì nobiltà ai borghesi che avessero raggiunto il grado di generale nonché a tutte quelle famiglie i cui membri maschi avessero servito per tre generazioni nell’esercito con grado di ufficiale inferiore a quello di generale.

La nobiltà ebbe una funzione indispensabile nella conduzione dei rispettivi apparati amministrativi. In Prussia gli junker si trasformarono in una classe di funzionari statali ereditari, situazione simile si ebbe in Russia.

In Francia la noblesse de l’épée si mostrò sempre meno in grado di amministrare uno stato dominato da complessi problemi sociali e finanziari, e perciò fu integrata e fino a un certo punto rimpiazzata da una nuova nobiltà di funzionari, la noblesse de la robe. D’altro canto, essendo composta soprattutto di borghesi che avevano comprato le cariche governative

che comportavano patenti di nobiltà, o dei loro discendenti, la noblesse de la robe era generalmente guardata dall’alto in basso dalle famiglie di più antica nobiltà, e alcuni storici l’hanno considerata semplicemente come lo strato più alto della borghesia francese. Né essa aveva facile accesso o influenza a corte o nella cerchia invulnerabile immediatamente vicina alla famiglia reale. Le sue stesse capacità, in qualche misura, le nuocevano; infatti la cultura e i genuini interessi intellettuali sembravano a molti francesi qualità dei non nobili, e tali che un vero aristocratico potesse farne tranquillamente a meno.

Anche in Inghilterra l’influenza dell’aristocrazia e della piccola nobiltà terriera degli squires sui governo e sui sistema amministrativo fu profonda. Per tutto il secolo la camera dei lord conservò un’autorità politica e una posizione nella stima popolare di poco, seppure, inferiore a quelle godute dalla camera dei comuni. Quest’ultima in ogni caso era formata quasi esclusivamente da proprie tari terrieri: i suoi membri erano spessissimo legati a quelli della camera alta e dovevano il seggio al denaro e all’influenza di qualche pari.

In altre parti d’Europa i proprietari terrieri avevano sulla vita delle rispettive zone un controllo ancor più assoluto che in Inghilterra. In Ungheria e in Polonia questo controllo era totale, incontestato e incontestabile. Nelle Due Sicilie l’influenza locale della nobiltà, basata sui diritti giurisdizionali e economici sui contadini e la disponibilità di uomini armati, era enorme. Nonostante i tentativi fatti tra il 1730 e il 1750 da Carlo IV e dai suoi ministri per ridurre questi poteri ormai superati e pericolosi essa rimase grandissima per tutto il secolo.

11 Mag2009

Il soldato nel periodo barocco

Scritto da Laura Savani. Pubblicato in uomo e società

Quasi tutti i soldati dell’epoca barocca erano volontari che si arruolavano per libera scelta.

soldato van dyck

Il principale ufficiale addetto al reclutamento era di solito il capitano che scelto dal governo aveva il mandato di reclutare una compagnia in una determinata zona. Egli nominava gli ufficiali subalterni e faceva fare uno stendardo; poi si recava nelle varie città e villaggi specificati nel mandato con lo stendardo, un tamburino e i suoi ufficiali. I magistrati locali gli mettevano a disposizione una locanda o una casa disabitata che fungeva da quartier generale.

Fra quanti si presentavano il capitano sceglieva uomini robusti e in buona salute, di età fra i 16 e i 40 anni, preferibilmente non sposati né figli unici. Le reclute a questo punto erano arruolate e ricevevano una somma in contanti e a volte un abito, più vitto e alloggio gratis in attesa che la leva fosse completata.

Circa due o tre settimane dopo veniva letto alle truppe il codice militare sul quale gli uomini dovevano giurare. In questo modo il soldato entrava ufficialmente al servizio dello Stato che li aveva reclutati e ricevevano il primo mese di paga. Dopodichè la compagnia si metteva in marcia.

Il movente principale di chi si offriva volontario era la miseria ma non tutti erano spinti da motivi economici. Molti volevano cambiare aria o stile di vita. Altri ancora erano attratti dalle emozioni e dai pericoli della vita militare e dal desiderio di gloria.

Curiosamente quasi tutti gli eserciti erano composti in buona parte da stranieri. C’è una ragione per questo: nel XVII secolo nessuno Stato era in grado di mettere in piedi rapidamente un esercito numeroso composto solo dei suoi sudditi. E inoltre arruolare milizie straniere riduceva al minimo il rischio di diserzioni. Le truppe forestiere, in quanto suddite di altri Stati, venivano reclutate tramite appaltatori o imprenditori militari privati.

Tuttavia la maggior parte dei soldati accettavano la disciplina militare e non disertavano, aspettandosi di ricevere in cambio la paga, il mantenimento e in certi casi anche i frutti dei saccheggi. Secondo il diritto di guerra le città prese d’assaltopotevano essere messe al sacco. Il saccheggio di una ricca città poteva mutare la vita di un soldato: da soldato vittorioso in principe.

Per evitare però gratuite devastazioni i soldati che abusavano dei civili venivano severamente puniti. Negli Stati con un esercito permanente, la Milano spagnola ne è un esempio, l’alloggio delle truppe presso privati era prassi normale. Si riteneva, nonostante l’inevitabile scapito della disciplina, che i soldati sopravvivessero meglio se alloggiati presso privati invece che in caserme. Questo però poteva funzionare solo con guarnigioni di modeste dimensioni.

Per un esercito numeroso la caserma o un accampamento rimanevano le uniche soluzioni. Per le cose di prima necessità come i viveri e il vestiario o i mezzi di trasporto,un esercito ricorreva alle contribuzioni: tasse prelevate direttamente dalle singole comunità situate nelle vicinanze, pagate in denaro o in natura. Spesso le contribuzioni venivano estorte con la minaccia di dare fuoco al villaggio se non forniva l’occorrente alle truppe. Un metodo però poco opportuno se l’esercito doveva rimanere a lungo nella zona: un villaggio si poteva bruciare una sola volta. Per questosi cercava di aver più cura della gente del posto. Per la popolazione pagare l’esercito era comunque un onere molto gravoso. Luigi XIV in persona osservò: “E’ terribile essere costretti a bruciare villaggi per costringere la gente a pagare le contribuzioni, ma poiché non si riesce a farle pagare né con le buone né con le cattive è necessario continuare ad usare mezzi estremi.”

A giudicare dalle pitture dell’epoca e dagli abiti militari conservati nei musei, sembra che ai soldati fosse normalmente consentito di vestirsi come volevano. Non essendoci uniformi, per gran parte del XVII secolo i soldati che militavano nello stesso lato dovettero adottare una fascia, un nastro o una piuma di un determinato colore. Solo alla fine del secolo tutte le truppe di un determinato esercito avevano giubbe e brache dello stesso colore e dotate di armi e equipaggiamenti dello stesso modello.

Le difficoltà per il raggiungimento di questo risultato non vanno sottovalutate. Per le armi per esempio, anche se non era indispensabile che fossero identiche, era necessaria una buona dose di standardizzazione. Meno semplice era accumulare cavalli soprattutto dopo una grande battaglia o in caso di una mobilitazione improvvisa. Intorno al 1650 però le cose cambiarono grazie alla costanza della domanda militare.

Per quanto riguarda i viveri la situazione era diversa: all’inizi dell’età moderna nessun esercito era composto soltanto di soldati. Molti erano accompagnati da mogli o amanti; altri avevano addirittura sevitori e lacchè. Tutti costoro avevano bisogno di mangiare e di bere. Ciò indusse gli Stati a riassumere i conti prima delegati agli imprenditori militari.

La sorte del soldato

Con lo sviluppo di armi da fuoco sempre più efficaci crebbe la mortalità militare. Già prima esistevano cannoni, moschetti e pistole, ma non avevano effetti così micidiali. Con la siderurgia venne ridotto il peso delle armi da fuoco. I congegni di sparo migliorarono con l’acciarino a pietra focaia che rese più sicure le armi. L’invenzione della baionetta permise di usare il moschetto come arma da punta e da taglio oltre che da sparo.

L’innovazione avvenne anche in campo tattico. Maurizio di Nassau si ispirò ai metodi della Roma imperiale e di Bisanzio schierando i suoi uomini su solo 10 file: la prima linea scaricava simultaneamente i moschetti sul nemico, poi arretrava per ricaricare le armi mentre le altre nove linee prendevano man mano il suo posto, creando una grandine continua di fuoco. Tutto questo richiedeva un gran sangue freddo e un coordinamento perfetto. Per questo Maurizio reintrodusse le esercitazioni in uso nell’esercito romano.

La precisione e l’armonia in guerra rispecchiava la generale predilezione dell’età barocca per le forme geometriche. Le idee di Maurizio di Nassau furono ammirate e imitate. Il risultato però di questi vari sviluppi provocò la morte di un gran numero di soldati. I medici dell’epoca non erano in grado di curare fratture ossee provocate dalle palle di moschetto o di cannone.

Cause di perdite umane altrettanto gravi erano gli assedi, assai più frequenti delle battaglie nella maggior parte delle guerre. Molti soldati morivano anche per altre cause; la fatica, la fame, le malattie. Le truppe imperiali entrate in Italia nel 1630-31 per partecipare alla guerra di Mantova portarono con se la peste bubbonica, che oltre a decimare le loro forze fece strage nella popolazione della Lombardia (e ispirò ad Alessandro Manzoni lo sfondo indimenticabile dei Promessi Sposi).

Per i feriti e i malati, nel corso del XVII secolo furono istituiti ospedali militari dove i soldati erano curati da ogni sorta di infermità: le ferite, la sifilide, la malaria, stress psicologico, traumi da combattimento.

Non tutti i soldati morivano in servizio. Molti si arricchivano e si ritiravano a vita privata con i loro guadagni. Chi andava a far la guerra, come il soldato del Don Chisciotte, non sempre, forse, faceva una scelta sbagliata. Il seicento fu davvero, in fin dei conti, il “secolo del soldato”.

 Albrecht von Wallenstein

30 Mar2009

Il borghese nel periodo barocco

Scritto da Laura Savani. Pubblicato in uomo e società

In epoca barocca il termine “borghese” evocava un’ampia gamma di significati, legati al rango sociale. In Europa, un borghese (burgher o burger) era chi risiedeva in una città e godeva di certi privilegi e diritti.

Il bicchiere di vino - Vermeer

Il borghese più famoso dell’epoca è senza dubbio Monsieur Jourdain, lo sciocco e simpatico protagonista del Borghese Gentiluomo  di Molière, che nel tentativo di elevarsi socialmente finisce per diventare lo zimbello di avidi servi, socialmente al di sotto di lui e di nobili senza scrupoli.

Per gli storici borghese è sinonimo di appartenente al ceto medio, la parte agiata del Terzo Stato. Un borghese, in genere, possedeva qualche forma di proprietà e aveva una sicurezza economica.

Gli appartenenti al ceto medio erano coinvolti in un’ampia gamma di attività di produzione. In particolare erano legati al commercio e all’industria. L’abitazione di un borghese era sicura, illuminata, conteneva più oggetti, arredi, libri, dipinti, vestiario, in una parola il borghese era circondato di comodità se non addirittura da vero e proprio lusso. L’istruzione e il contatto con la cultura in genere costituì una dimensione cruciale per la classe media.

La borghesia riuscì, nell’età barocca, a far valere molti diritti. Ciò che identificava il borghese era il suo diritto ad intervenire negli affari locali. Che il suo ruolo fosse importante o limitato, in genere dipendeva dall’entità della sua ricchezza. Eppure in molti casi il borghese non solo si considerò abitante delle città ma assunse i suoi diritti molto seriamente e le sue responsabilità di cittadino. Nei confronti della plebe il borghese aveva un attegiamento distaccato. Nei confronti della nobiltà aveva l’onnipresente consapevolezza dei molteplici confini che lo separavano da essa.

Il senso di appartenere ad una via di mezzo, era forse la caratteristica dominante del borghese.

23 Feb2009

L'artista nel periodo barocco

Scritto da Laura Savani. Pubblicato in uomo e società

Il seicento fu il secolo del barocco, un’arte ampollosa, encomiastica, declamatoria, che espresse plasticamente l’assolutismo autoritario della Chiesa post-tridentina. Nel campo plastico e figurativo, per barocco s’intende la fine dell’arte rinascimentale. Una fine logica, per naturale esaurimento; Raffaello, Michelangelo e gli altri grandi dei secoli d’oro avevano raggiunto l’equilibrio, l’armonia, la perfezione assoluta. Su questa strada gli artisti del seicento non avevano più traguardi da conquistare.

Velazquez autoritratto

L’artista barocco non sapeva di essere un "artista barocco", non aveva la consapevolezza di appartenere a una nuova età della cultura e dell’arte. Tipico prodotto della Controriforma, il Barocco nasce e si sviluppa quasi esclusivamente nei Paesi cattolici: quelli protestanti ne sono toccati solo per contagio. Il perché è facile da capire. Nei Paesi protestanti, e specialmente in quelli calvinisti, l’arte è profana perché le chiese hanno messo al bando gli elementi decorativi, e gode di una libertà garantita dal “mercato”; il pittore e lo scultore non lavorano per il mecenate che li mantiene e di cui devono secondare i gusti. Lavorano per una clientela anonima di artigiani, di mercanti, d’imprenditori, di professionisti, insomma di borghesi arricchiti, che agli abbellimenti concedono poco. Questa è la grande arte fiamminga, con la sua disadorna e essenziale ritrattistica.

Nei paesi cattolici, e soprattutto in Italia, la situazione è opposta. L’arte non ha mercato perché manca un ceto borghese in grado di acquistarne i prodotti.

L’arbitrario, il bizzarro, l’esclamativo, il compiacimento stilistico vi attecchiscono; la principale committente è la Chiesa, di cui gli artisti sono al soldo e debbono secondare i voleri. Nel Seicento l’arte non aveva altra ragione di essere che quella di strumento propagantistico della Fede. Doveva essere edificante e apologetica e per gli artisti non ci fu scampo: la Chiesa era amministrata dai Carafa, dai Ghislieri, dagli Odescalchi, gente di punto gusto e implacabile zelo.

Il pittore sulla tela e lo scultore nel marmo devono celebrare il signore che li paga, e che li paga appunto perché lo celebrino in tutta la magnificenza delle sue uniformi e decorazioni, simbolo della sua potenza. Le loro case non sono fatte per l’intimità ma per la rappresentanza: gli architetti sono chiamati a progettarle in modo che facciano il più spicco possibile sulla miseria del quartiere circostante, ne tengano in soggezione la plebe, stupiscano e impressionino il visitatore.

È per nascondere questa mancanza di libertà che l’artista si abbandona a quell’orgia di forme e di colori, a quella teatralità di sfondi, a quei contorsionismi muscolari nella scultura, a quella scenografica nell’architettura. A questo piatto conformismo che mira a gonfiare e ingigantire non c’è altra evasione che la bizzarria decorativa.

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