Il barocco di Lucio Piccolo
A questo punto la carrellata di barocchi accennati e abbozzati da Eugenio D’Ors e da noi descritti dovrebbe essere terminata. Ma, come si suol dire, “il barocco è morto, viva il barocco!” Anzi: D’Ors è morto, nel 1954, ma la categoria dello Spirito da lui delineata in modo così mirabile non muore certo con lui. Il barocco ha continuato e continua a rinascere sotto varie forme, e non si fermerà certo qui. Così noi andiamo avanti a descriverne le forme successive.
Rimangono otto specie del genere definito da D’Ors in altri ventidue sottogeneri, più quello dell’ultim’ora. Allora noi, da provetti dorsiani, proseguiamo la sua opera autolegittimandoci arbitrariamente, come in un Vangelo Apocrifo o negli Atti degli Apostoli. Dapprima descriveremo il barocco di Lucio Piccolo, quindi quello di Severo Sarduy, poi il neobarocco di Omar Calabrese; andando avanti con il Terzofuturismo di Baldo Savonari e compagni, il postmoderno, il pensiero debole, il barocco commerciale e quello erotico. D’Ors avrebbe approvato o forse no: per noi è lo stesso, per intanto proviamo a proseguirne l’opera.
Lucio Piccolo (Palermo 1903 – Capo d’Orlando 1969): barone siciliano, condusse a Capo d’Orlando una vita molto appartata. Dotato di una cultura vastissima ed eclettica, soltanto nel 1954 inviò alcune sue poesie, con una lettera di presentazione critica stesa dal cugino Tomasi di Lampedusa, a Eugenio Montale, che lo impose all’attenzione della critica e ne fece un caso letterario, quasi come il cugino. Pubblicò due serie di poesie, Canti barocchi e Gioco a nascondere e Plumelia, La seta e Il raggio verde.
Caratteristici della sua poesia sono il preziosismo verbale e il raffinato barocchismo delle immagini, uniti a un oggettivismo fortemente simbolico e che rivelano una profonda conoscenza di tutta l’esperienza lirica novecentesca. In effetti, fuori del tempo, antica e moderna, barocca e montaliana, è la visione del poeta, fuori-corrente se non contro-corrente: nei Canti barocchi per l’interesse verso una stagione culturale e un’eterna categoria dello Spirito, quella barocca, incompresa per i perduranti pregiudizi; in Gioco a nascondere per la consapevolezza della necessità di adottare strategie ludiche e dissimulatorie al fine di sondare il mistero; in Plumelia, nome di un arbusto contorto dai fiori perlacei, per la padronanza simbolica e la coscienza metapoetica; in Seta e nel Raggio verde per la preziosità della materia, il cromatismo immaginativo e il lusso verbale.
I suoi versi, densissimi, sembrano essere il frutto di una costante tensione metafisica, di una sofferta interiorizzazione dei miti del paesaggio siciliano, scritto come parte decisiva dell’anima e reso come prossimo ad una rovina più cosmica che storica. Il canto, modulato in una lingua preziosa, è una continua fluttuazione tra il protagonista lirico e la realtà circostante.
Interamente insulare è il paesaggio della poesia di Piccolo, trionfo di tinte e di arabeschi, vanto delle forme, tra architetture sontuose e campagna leggendaria. Debitore di Marino e del D’Annunzio alcyònio e non solo: ecco dunque pavoni, nuvole, angeli, balconate, tramonti, androni, lontananze marine, splendori di luci e malinconie di penombre. E’ una poesia non solo descrittiva, solare ed estroversa come il Mediterraneo, ma anche onirica e visionaria, alla ricerca di una realtà insondabile e misteriosa.
La predilezione di Piccolo per i simboli barocchi (ellissi, spirali, specchi, clessidre) è cifra di una visione spirituale del cosmo tipica del pensiero secentesco e orientale che percepisce l’anima mundi e sintetizza in una superiore armonia gli abissi della realtà. E’ una poesia spopolata di presenze umane in cui appaiono le ombre dei trapassati e le antiche paure dei Saraceni, come da un affresco scolorito. In lui l’acqua è “inesplicabile” (La meridiana in Canti barocchi) e la bombarda “spaccona” (Al tempo di Re Borbone in Canti barocchi).
Piccolo frequentò i salotti letterari palermitani, non disdegnando le sedute spiritiche, tanto che il conterraneo Vincenzo Consolo lo definì “il barone magico”. Esperto di cultura mitteleuropea, anglosassone e francese, imparò persino l’arabo. Dopo il successo la sua villa divenne un cenacolo di cultura e le cronache mondane, televisione, stampa e stampa straniera, si impossessarono del personaggio, sul quale fiorì una ricca e gustosa aneddotica collegata all’altro caso letterario, Il gattopardo del cugino Tomasi di Lampedusa.
S’interessò anche di filosofia, astronomia, scienze matematiche ed esoteriche; parlava correntemente spagnolo, francese e inglese, e sapeva leggere direttamente i classici in greco, latino e tedesco. Musicologo e compositore, lasciò versi in musica e un Magnificat mai portato a termine. Le sue opere sono capolavori emersi dall’oblio imposto dall’egemonia progressista e sperimentale, divisa tra neorealismo e neoavanguardia e portata alla denuncia sociale e all’abolizione del “canto”, fenomeno quest’ultimo riscattato proprio dalla poesia di Piccolo.
Domande frequenti
Cosa succede al concetto di barocco dopo la morte di D'Ors?
Quante specie restano da trattare secondo l'articolo?
Con quale spirito prosegue l'autore l'opera di D'Ors?
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