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“Un esser senza nome, un oriente” di Giacomo Lubrano

Il poeta Giacomo Lubrano nacque probabilmente a Napoli nel 1619, ove morì nel 1693. Gesuita, predicò in numerose città italiane.

Testimoniano tale attività varie raccolte, per lo più postume, delle sue prediche, ma è noto ai cronisti secenteschi soprattutto per la raccolta Scintille poetiche o poesie sacre e morali uscita a Napoli nel 1690 e a Venezia nel 1692, quest’ultima sotto lo pseudonimo di Paolo Brinacio, da cui si riporta questo sonetto quasi più filosofico che religioso.

Un Esser senza nome, un Oriente
presso cui non ha raggi il Sole oscuro.
Un Tutto senza parti, un Atto puro,
e del mio Bello origine immanente.

Per Teatro di glorie ho la mia mente:
ad ogni istante Eternità misuro:
il Passato, il Possibile, e ‘l Futuro
senza tempi per me sempr’è presente.

Non antico, non nuovo. Immenso, immoto.
Tolgo le fughe al tempo, e il cenno mio
raffrena il Caso, ed incatena il moto.

Senza numeri Trino ed Un son Io.
Primo senza principii, a tutti ignoto:
se brami di saper chi son, son Dio.

Sonetto adatto sia per i laici che per i cattolici. La poesia comincia citando l’Essere, forse parmenideo o precorritore dell’Essere heideggeriano, detto senza nome poiché la sua innominabilità lo rende più vasto e completo; apparentato ad un Sole che sorge (“oriente”, dal latino orior) ma senza raggi, poiché sorge continuamente e mai tramonta. Tale Essere, tale Sole è un Tutto, il Tutto, concepito indiviso; ed anche un Atto puro, riferendosi al dualismo aristotelico di atto e potenza, in cui ogni cosa è potenzialmente ciò che può divenire e un atto di ciò che è già compiuto: qui puro, nel senso che l’Essere compie già in sé ogni atto.

E’ detto immanente, cioè coincide con la realtà, il Tutto appunto: più simile al Dio dei bruniani perciò, che al Dio dei cristiani, che è trascendente: ma è presto per dirlo, si veda alla fine la sorpresa finale. Dice di essere origine “del mio Bello”, poiché è Tutto e tutto quel che esiste è bello. Il mondo, inteso baroccamente come Teatro, coincide con la sua mente, ove ogni istante è eterno. Infatti vive un presente eterno, in cui passato, presente (qui detto “il Possibile”) e futuro coincidono. Così essendo, non è né antico né nuovo, anzi è sempre antico e sempre nuovo. Ovviamente immenso, fino a coincidere con l’eternità spaziotemporale, non può mutare ed è perciò “immoto”.

Di qui deriva che il tempo non può fuggire, cioè non può essere casuale, e infatti il Caso è “raffrenato”: non vi è nulla di casuale. Ripete poi il concetto che il moto è incatenato, cioè assente. Non ha numeri, essendo tutti i numeri, cioè eterno ed immenso, ma è – e qui arriva la sorpresa – Uno e Trino: per cui si rivela per essere il Dio dei cristiani o, meglio, almeno in questo ne ha alcune caratteristiche. E’ primo di tutto, prima di tutto, ma non ha principii, essendo anche quel tutto, oltre che esserne prima: ed è ignoto a tutti, perché inconoscibile. E quindi finisce ribadendo la sorpresa: si presenta, ed è Dio.

FAQ

Domande frequenti

Chi era Giacomo Lubrano?
Poeta gesuita nato probabilmente a Napoli nel 1619 e morto nel 1693, noto per aver predicato in numerose città italiane.
In quale raccolta è pubblicato questo sonetto?
Nelle «Scintille poetiche», uscita a Napoli nel 1690 e a Venezia nel 1692 sotto lo pseudonimo di Paolo Brinacio.
Che tono ha il sonetto «Un esser senza nome, un oriente»?
Quasi più filosofico che religioso, con immagini che richiamano un Essere senza nome e senza tramonto.
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