barocco e rococò, arte cultura e storia tra seicento e settecento
di Stefano Torselli
L’oratorio di S. Cristoforo, fu costruito su
progetto di Domenico Valmagini architetto luganese al servizio della corte
farnesiana. Il cantiere, avviato a partire dal 1687 si concluse tre anni dopo e
inaugurato il 30 ottobre 1690 con l’intitolazione ai Santi Cristoforo e
Silvestro.
L’oratorio, che conserva uno dei più sfolgoranti apparati pittorici
integri di Piacenza fra Seicento e
primo Settecento, era sede della Confraternita della Morte ove nel Cinquecento
forniva gratuitamente il servizio funebre agli indigenti.

L’ingresso ideato da Domenico Valmagini è una
suggestiva impostazione per angolo che induce a ipotizzare una fase
collaborativa del Bibiena nel momento progettuale. Si spiegherebbe la novità
della soluzione adottata dall’architetto a fronte di un'area urbana densamente
edificata. La soluzione “per angolo” ideata per l’ingresso all’oratorio e per
il campanile, inedita a Piacenza, rimanda alle coeve rivoluzionarie
sperimentazioni condotte da Ferdinando Bibbiena dapprima nel settore della
quadratura, quindi sulle scene in teatro, e la precoce messa a punto della"veduta per angolo" nella decorazione a quadratura dell’oratorio del
Serraglio a S. Secondo Parmense compiuta tra il 1685 e il 1687.
Il piccolo edificio, a impianto
centralizzato con campanile per angolo, presenta una austera facciata. Vi si
apre un unico ingresso dal ricercato disegno e la conclude da una trabeazione a
timpano modanato contenente un leggero cartiglio inscritto.

La decorazione a quadratura della cupola, il cui effetto di grandiosità e di artificio scenografico sono straordinari, fu realizzata su progetto del Bibiena, nel 1690. Al ruolo centrale dell'architetto e scenografo bolognese, si affianca quello degli autori dell'apparato plastico che orna l'edificio, Cristoforo Appiani e Paolo Frisoni. All'Appiani si devono i morbidi stucchi in una sequenzialità armonica nel parato di una struttura architettonica interferente tra interno e esterno, in cui coretti, chiavi di volta, cornici ribadiscono la volontà programmatica di un disegno operativo assolutamente integrato. Sono stucchi bianchissimi, il cui disegno si rivela di ascendenza lombarda. Del resto era prassi consolidata che anche a Piacenza le principali botteghe di stuccatori in età farnesiana fossero composte da maestranze lombarde o di provenienza nordica.

L'iter decorativo non si concluse dunque con
l'esecuzione dell'apparato plastico, né con la collocazione sugli altari della
cappella di sinistra e centrale delle tele di Robert De Longe, raffigurante La
Madonna e S. Gregorio e di Giovanni Ambrogio Besozzi, autore de La
Madonna tra S. Silvestro e S. Cristoforo. Un inventario del 1773 registra
inoltre la presenza di un "quadro ovato con cornice e cimasa addorata con
vernice rappresentante San Carlo Borromeo", di due tele con Lo
sposalizio della Vergine e La morte di S. Giuseppe nella stessa
cappella ove era collocata la tela del Besozzi, e due quadri collocati nel
santuario raffiguranti rispettivamente La predicazione di San Cristoforo e il Battesimo di Costantino.
Un mutamento sostanziale si attuò con la
decorazione a fresco del presbiterio e del coro, ove l'interferenza fra
quadraturista e pittore di figura ha determinato un modo di operare che qui
segna uno dei momenti più alti della grande decorazione all'interno di uno
spazio religioso. L'impaginazione pittorica della calotta absidale e delle
pareti laterali, sulle quali gli angeli dipinti si proiettano nello spazio
reale materializzandosi nello stucco, si sviluppa su una diversa dinamica
compositiva. Alla rigorosa intavolatura prospettica propria della scuola
bolognese e dei Bibiena, la decorazione scivola verso il puro ornato di
superficie, sorretta da una tavolozza di toni più delicati e dall'uso di
mensole, volute e cartigli non più predominanti. L'uso di un diverso linguaggio
formale separa lo spazio del coro e quello del celebrante dallo spazio dei
fedeli, sottostante la cupola affrescata da Bibiena, anche se la loro
percezione è unitaria, pienamente comprensibile anche dal centro dell'edificio.
Differenziazione degli spazi e dell'espressione ornamentale, ma visione
unitaria di un grande apparato celebrativo, teatrale nell'impiego dei due
grandi drappi rossi che ricadono lungo l'arco trionfale.
La paternità del ciclo pittorico
della zona presbiteriale resta tuttora da confermare. La cifra stilistica di
leggere trame pittoriche dolcemente intervallate da morbidi inserti floreali in
una preziosa versione rocaille, si avvicina a quella di Giuseppe Natali.
La gamma dei fiori in ghirlanda e delle foglie sfrangiate è riassunta in
un'orditura libera e aerea, fresca per le tonalità impiegate. La gioconda
maestria del pennelleggiare e gli stilemi qui profusi bene si apparentano a
quelli del repertorio decorativo del Natali, ritenuto a ragione "iniziatore della felice e fervida stagione del quadraturismo
settecentesco cremonese".
L’oratorio si trova a Piacenza in via Genocchi, angolo via Gregorio X ed è sede del gruppo Ciampi, per informazioni consultare il sito internet
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